IL MICHELANGELO DI PANDUR - RACCONTATO DA STEFANO FURLAN

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In occasione dell’anteprima internazionale di Michelangelo di Tomaz Pandur, che apriva il Mittelfest 2013 ad Udine sono andata a farmi una chiacchierata con Stefano Furlan che ha assistito al debutto. Questo è il resoconto della nostra chiacchierata. 

 

P: Ciao Stefano!
S: Ciao!

 

P: Impressioni… a freddo? (E’ passato qualche giorno da quando hai visto Michelangelo)
S: Ma quale freddo? Io ci sto pensando ancora da quando sono uscito dal teatro… (occhi sognanti)

 

P: Cosa ti è rimasto dello spettacolo?
S: Da quando ho visto il lavoro di Pandur ho una frase che mi rimbomba in testa: “Volare bassi..”

 

P: Una lezione di umiltà?
S: Sì. Perché di maestri ne sono rimasti pochi in giro, e quando si ha l’occasione di vederne uno, è il caso di prestare molta attenzione. E imparare. L’incontro con un artista del genere ti fa aprire gli occhi, ti rende più curioso verso l’esterno e ti dà lo stimolo per cercare i grandi talenti, anche al di fuori del tuo paese.

 

P: Cosa ti ha impressionato di più della messa in scena del Michelangelo di Pandur?
S: La cura e il dettaglio maniacale nella costruzione dell’immagine, che è un suo tratto distintivo. Dalla scelta delle luci, a quella sui costumi, al lavoro fisico dell’attore… ogni movimento, ogni espressione, fanno parte di un disegno molto più grande e sapiente. E lui riesce a far scorgere tutto questo progetto in ogni parte della messa in scena. Un’altra caratteristica del suo lavoro è quella di scardinare fortemente il testo, che viene asciugato all’osso. E’ uno dei motivi per cui viene più criticato in assoluto, ma a me piace molto come operazione drammaturgica. E il suo lavoro sull’interpretazione del testo porta in sé la grande eredità dell’Est Europa: l’attore viene concepito come un performer, utilizzando tutto il valore espressivo del corpo, oltre che della parola. Tutti questi elementi donano allo spettacolo una forza impressionante.

 

P: Qual è stato il feedback italiano a questo spettacolo?
S: Ehm ehm… (si schiarisce la voce)… Pandur fa il tutto esaurito ovunque vada, nel suo paese. Il teatro di Udine in cui si è svolta questa anteprima internazionale non era pieno affatto, e la maggior parte delle persone in sala erano slovene. Questo fatto mi ha messo un’enorme tristezza. Ho letto poi la rassegna stampa sul sito del Mittelfest, e l’unica recensione che sento di condividere è quello di Brandolin, che la pensa esattamente come me: lo spettacolo è un capolavoro, ma noi teatranti italiani siamo così chiusi da snobbare qualunque tipo di operazione che non rientri nella nostra concezione di fare teatro. Le altre recensioni hanno minimizzato o criticato il lavoro di Pandur, affermando di non aver visto niente di nuovo, o criticandolo per aver utilizzato Michelangelo come il solito stereotipo di artista maledetto, accostandolo ad altre stigmatizzazioni sull’Italia come la pizza e il mandolino. Non sono affatto d’accordo.

 

P: Secondo te perché Pandur ha scelto di mettere in scena questo Michelangelo?
S: Credo perché riflette molto sul ruolo dell’artista. O meglio, sulla necessità del ruolo dell’artista. Quando, alla fine dello spettacolo, l’attore che ho visto dannarsi e sbattersi e fare delle cose meravigliose ha chiesto: “l’artista oggi è colui che tira i calci ad un pallone?“, ho sentito come un pugno allo stomaco. Non puoi far a meno di rifletterci, vedendo quest’opera. “Arte” e “Artista” oggi sono concetti che vengono applicati a troppi casi, con l’effetto di impoverire drammaticamente il loro significato e provocare una certa confusione nel pubblico. Questo ha contribuito all’appiattimento della curiosità di ciò che c’è al di là dei propri confini, sia intellettuali che spaziali. Ci abituiamo ad una certa offerta espressiva e non chiediamo altro. Paradossalmente, oggi abbiamo maggiori possibilità di conoscere, ma minor voglia di farlo. Confondiamo l’arte con qualunque cosa, con scarso senso critico. Se il regista/artista non ha un suo mondo da raccontare, il suo lavoro non mi dovrebbe interessare.

 

P: Come finisce il Michelangelo?
S: L’attore che recita la parte di Michelangelo viene lasciato solo, addirittura la scenografia si ritrae. Si rimette il saio di cui si era svestito all’inizio, le due strutture che facevano da impalcatura/gabbia vengono spostate a mano dagli altri attori, chiudendosi dietro di lui, lasciandolo fuori dalla scena, un po’ come se l’opera che ha realizzato non fosse più sua. Michelangelo quindi non può più tornare all’interno dell’universo che ha abitato e che ha contribuito a costruire con la sua opera, ed è lì che fa l’ultimo monologo ponendo domande sul ruolo dell’artista.

 

P: So che hai avuto modo di conoscere e parlare con Tomaz Pandur a fine spettacolo. Cosa vi siete detti?
S: Beh, è stata una chiacchierata molto informale, è stato gentile e amichevole. Mi ha detto che gli piacerebbe molto riuscire a presentare il Michelangelo a Roma.

 

P: Beh… speriamo di vederlo a Roma comunque.
S.: Si, incrociamo le dita!

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