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Compagnia Lafabbrica



Il gruppo teatrale LAFABBRICA nasce nel 2002, dall’incontro di due attrici (Elisa Bongiovanni, Giada Parlanti) e una regista (Fabiana Iacozzilli) decise a fare del teatro il loro territorio comune. Si conoscono durante il trienno di studi del “Centro Internazionale La Cometa”, dove si diplomano, scuola che nasce dal fortunato incontro della metodologia russa con quella inglese. Qui hanno la possibilità di studiare con registi e maestri appartenenti alla scena internazionale, quali Natalia Zvereva, Nikolaj Karpov, Alan Woodhouse, Natalia Orekhova, il cui incontro le fa confrontare ancora giovanissime con quella che è la realta dell’arte del recitare: il conflitto tra il pensiero e l’azione. Decise ad “agire il pensiero” collaborano a diversi progetti come la messa in scena di “Due chiacchiere al parco” e di “Delitto all’isola delle capre”. Recitano insieme negli spettacoli “Sogno di una notte di mezza estate”, “Scritti di guerra”, “I ciechi”. Grazie all’intervento della scuola che ha riconosciuto nella sperimentazione del gruppo una possibilità di sintesi e di sviluppo di quelle che sono le linee fondamentali della propria pedagogia, la Compagnia ha avuto la possibilità di continuare un cammino comune, di chiarire la propria visione del teatro, di concentrarsi sull’espressione corporea e l’immagine, ma soprattutto di continuare a riflettere e sperimentare. È difficile pronunciare grandi frasi, ma se il teatro ha una funzione è quella di rendere la realtà impossibile. Non ci interessa la riproduzione della realtà sulla scena, ci interessa al contrario difendere la scena dalla realtà, portare in scena un'altra dimensione, un altro spazio, un altro tempo. Nell'ottenere questa distanza dalla realtà, c'è una sorta di godimento, un vero e, proprio divertimento, si tratta di togliere gli spettatori dalla realtà in cui vivono per fargliene vedere un'altra. Riso e pianto possono ottenere questo effetto: instaurare un altro rapporto con il vissuto. Per fare questo noi siamo interessate a mettere l’attore al centro della scena, metterlo in una situazione di “pericolo” e a partire da lui costruire una realtà. L’attore e la sua sensibilità sono il nostro materiale. La possibilità espressiva diviene per lui una questione di vita o di morte. Mai delegare, mai lasciare il ring, tentare fino alla fine di arrivare ad una proposta utilizzando se stesso, la propria relazione con lo spazio, con il tempo, con il compagno, con il divino che si respira nell’atto teatrale.

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